The man with the Long Black Coat: Tempo, Morte e Felicità

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Il 2020 è di sicuro l’anno in cui l’umanità e ogni individuo nel suo piccolo, direttamente o indirettamente, è entrato in contatto con quello che Bob Dylan racconta essere The man with the long Black coat, l’uomo dal lungo abito nero che, nel dizionario Italiano e di molte altre lingue si riferisce ad un sostantivo femminile: la Morte.

Statistiche quotidianamente ascoltate ai telegiornali o lette sul web che, con toni più o meno angoscianti, raccontano tuttora, mentre sto scrivendo, i numeri dei morti per Covid-19, sono ormai una routine alla quale, sinceramente, ci si è fatta una certa abitudine.

Abituarsi però alla mancanza di un proprio caro è molto più difficile o forse impossibile. 

Di recente sono scomparse tre persone che conoscevo, tre cari parenti di amici stretti, con il quale sono cresciuto e ho instaurato un rapporto di reciproca fiducia.

In questo contesto, mai fu più “azzeccato” il nome di questo blog: a land inside my head ovvero un mondo nella mia testa! Sì perchè la mente esplora sensazioni ed emozioni tramite il nostro corpo (ma può accadere anche il contrario): i colori che ho visto durante i lutti sono stati scuri, cupi, opachi, profondamente sfumati di un grigio denso e per niente chiaro.

Dopo la tristezza e la rabbia provata, seppur in misura millesimale in confronto a quella provata dai diretti cari interessati che hanno perso i loro parenti, si è fatto strada in me un pensiero che, senza vergogna sento di voler condividere. Con buona probabilità anche voi lo avete considerato.

Con mente lucida e con l’animo meno irruente mi sono chiesto, pensando alle persone care perse: cosa sì può provare, dolore a parte, quando si prende consapevolezza che la spina si sta per staccare, che il nostro corpo ci sta per abbandonare e che il sangue finora pompato con irruenza ogni giorno alimentando la nostra esistenza, cessi di confluire?

D’istinto la mia mente mi ha risposto: “e ora dove vado?”

Questa domanda mi ha generato terrore. Sì un tremendo terrore.

Immaginare di perdere i legami costruiti nel tempo, la propria vita, il bello e per carità anche il brutto ma quel brutto di cui si ha certezza che, almeno fino ad allora non è poi mai stato così orrendo, deve essere una realizzazione devastante!

La risposta al, dove andremo, può essere un’arma a doppio taglio. Se la destinazione fosse migliore di quanto una persona creda sia la propria esistenza terrena, potrebbe scatenare suicidi di massa! Il film The Discovery che ho recentemente guardato (niente di eccezionale, se non per lo spunto riflessivo) per caso su Netflix, racconta appunto questi effetti collaterali indesiderati della conoscenza di cosa ci aspetta nell’aldilà.

Realisticamente parlando, non so dove andrò e, l’incertezza totale, spaventa

Vivere con la consapevolezza che la morte sia parte fondamentale e imprescindibile della mia vita è un dovere ed un diritto imposto da madre natura. È universale, in tutti i sensi. Quante persone si chiedono se stiano vivendo la propria vita presente con la consapevolezza piena che, oggi o domani, senza sapere quando, potranno morire?

Domande del tipo: Se avessi un’ultima settimana a disposizione, come la spenderesti? Quante settimane della tua esistenza passata hai fatto quello che più desideravi o qualcosa che ti emoziona veramente? Possono, con molta probabilità, generare imbarazzo e vergogna. 

Durante la prima (inaspettata) ondata di Covid19, nell’Aprile 2020, ho iniziato a riflettere su questi ed altri quesiti simili, grazie a due libri, che ritengo tra i più inspiranti nella mia vita: Lavorare 4 ore a settimana, scritto da Timothy Feriss insieme all’affine libro di Richard Koch il principio di Pareto 80/20.

In entrambi i casi l’approccio dell’autore è semplice e diretto verso la consapevolezza che l’unica ricchezza che al mondo abbia valore non è il denaro bensì il tempo.

I libri sono a tutti gli effetti una guida per rivoluzionare la propria vita lavorativa affinché si generi un importante avanzo di tempo libero, da impiegare in ciò che ci rende felici. Ma cos’è la felicità? Ciò che (ci) emoziona. Anche su questo punto ci si può sentire in imbarazzo a porsi certe domande.

Un’unica certezza dettata dalla morte: il tempo a nostra disposizione è limitato.

Nella cultura occidentale in cui sono cresciuto e vissuto finora, il timore sulla morte è così forte che non se ne parla, si ha paura di farlo, e se ne discute soltanto quando accade a qualcun altro. Come se ogni persona fosse immune da questa. 

Un libro che mi ha accompagnato durante le ultime fasi di vita del mio amato nonno materno è stato un libro dove ho “vissuto”, immedesimandomi tra le coinvolgenti righe, il lutto di un giovane ragazzo che perde la sua amata (o meglio desiderata) ragazza, morta suicida: Norwegian Wood, di Haruki Murakami. Ho visto per la prima volta un approccio celebrativo della morte, tipico dei paesi orientali, in cui si contempla giornalmente la consapevolezza della morte. Un saluto di un defunto, celebrato con delle note di chitarra e del vino in una sorta di commemorazione o seduta di liberazione della sua anima.

Decidere sulla propria morte.

Come ti piacerebbe celebrare la tua morte? Insomma, come organizzeresti quel che resta di te (intendo il corpo piuttosto che i beni in questa riflessione) quando effettivamente non ci sarà più un te?

Tra queste domande quelle che riguardano il mio corpo e la commemorazione, di recente, mi sono tremendamente chiare.

La natura è il mio Dio: spaventa, stupisce; è selvaggia e cruda ma è curativa e d’insegnamento. È lei che mi piace vivere e fare esperienza “da vivo” ed è lì che voglio finiscano le mie ceneri quando non potrò più farlo.

Voglio essere preciso nei dettagli e non lasciare nulla al caso: voglio che un amico, un parente (con al seguito chiunque voglia unirsi nella commemorazione), porti le mie ceneri su una delle cinque vette principali del Parco Nazionale del Pollino e da lì le sparga al vento.

Queste le mie parole, prima che, un giorno, sia troppo tardi o non abbia il tempo o la forza di esprimere le ultime.

Ah, ovviamente l’invito è retroattivo ed aperto a chiunque voglia emozionarsi: vale anche prima che l’uomo dal cappotto nero bussi alla mia (o sua) porta 😉

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